“MAGÖCH”

 Monodramma di narrazione tratto da una ricerca antropologica su campo

 

“Ho sentito raccontare per molti anni e per tante volte da Battista la storia dei Magoch (muratori); la sua storia e la storia della sua famiglia.

Una delle tante famiglie bergamasche di “Magoch” che hanno ricostruito Milano nel secondo dopoguerra, trasformando la cenere e la polvere in calce, in gesso e in cemento, e poi in case, strade, palazzi, teatri, cinema.

Raccontare: perché, come dice un proverbio, raccontando si cresce ma non si invecchia,  e un uomo non muore finchè ha una storia da raccontare”.

 

Il monodramma ripercorre cinquant’anni di storia italiana e mondiale, intrecciando vicende collettive e cambiamenti culturali  a memorie personali e familiari legate al mondo del lavoro artigianale, inteso come strumento di realizzazione personale.

Siamo nel 1945: la seconda guerra mondiale è appena finita. L’Italia ne è uscita in ginocchio, distrutta, a pezzi, politicamente e moralmente.

Tutte le persone devono contribuire a far rinascere il Paese, lavorando duramente.

Dalle brume della bassa pianura padana, spunta un gruppo di stuccatori-muratori che ha la folle ambizione di ricostruire Milano, per renderla una città d’arte e lasciare ai posteri un messaggio di bellezza, in tutte le sue forme.

La comitiva - trascinata da Angelo, artista eclettico e poliedrico, un po’ Ulisse, un po’ Don Chisciotte, e dal suo scudiero, il fratello Battista, sanguigno e popolare -  vive momenti di gloria, di entusiasmo, anche al limite del paradosso.

Un giorno però, un evento improvviso rischia di frantumare ciò che fino a quel momento era stato creato.

Ma la memoria non può e non deve morire: dopo molti anni quest’epopea umana e lavorativa, custodita gelosamente, viene riscoperta e portata in scena, per tramandarne l’eroica e quotidiana passione nell’affrontare un duro ma dignitoso lavoro.

 

 

Il mio bisnonno materno si chiamava Antonio, ma tutti lo chiamavano Pasqualì, come un suo fratello morto da bambino. Pasqualì era alto e robusto, aveva le mani che sembravano due badili, che se ti dava una sgiafa (una sberla) giravi tre volte sul posto e quando ti fermavi cadevi rivoltato come la pelle dello stracchino. Pasqualì non era di tante parole: se lo facevi incavolare non muoveva la lingua ma le mani.

Faceva il bagnacalcina. Un lavoro massacrante; percorreva il tragitto Caravaggio-Cassano a piedi, tutte le mattine, 13 km, andata, 13 km il ritorno. Instancabile, di ferro, inossidabile, una specie di Stakanov italiano.

Pasqualì era, irrequieto, orgoglioso e vendicativo, a volte pericoloso. Anche il podestà di Caravaggio gli stava alla larga. Pasqualì sembrava Polifemo: era senza un occhio, l’aveva perso sul lavoro.

Sua moglie, la mia bisnonna, si chiamava Giulia, ma tutti la chiamavano Giulietta: Giulietta era magra, anche lei piuttosto alta. Portava lunghe vesti, scure. Era spiritosa e aveva la battuta pronta ad ogni situazione, che ti spiazzava. Amava raccontare vecchie storie comiche e popolari che aveva sentito da suo padre, nella stalla, durante le sere d’inverno. Era talmente brava che una volta ha fatto pisciare addosso dal ridere una mia zia.

Pasqualì e Giulietta hanno avuto 4 figli: Angelo, mio nonno, nel 1920; Piera nel 1923, Battista nel 1932 e fra Piera e Battista, un altro bambino, morto dopo pochi mesi. Si chiamava Battista anche lui.

Piera era nata il 28 ottobre del 1923, il giorno del primo anniversario della marcia fascista su Roma. Ma Pasqualì, socialista convinto, era andato a registrarla all’anagrafe soltanto il giorno dopo, il 29 ottobre del ’23, perché non voleva che si festeggiasse il compleanno di sua figlia proprio il giorno dell’anniversario della marcia fascista su Roma.

Abitavano a Caravaggio, in provincia di Bergamo, nel rione Seriola, in una cascina di vicolo Spalti con altre 5 famiglie: tutti poveri ma si collaborava e insieme si lavorava per sconfiggere la fame.

Delle persone che ho nominato, il vero custode di questa storia è Battista. Il depositario, la pietra, il nodo.

Ho sentito Battista raccontare questa storia per tanti anni, per molte volte; la storia dei magoch (muratori), la sua storia e la storia della sua famiglia. Una delle tante  famiglie bergamasche di “magoch” che hanno ricostruito Milano nel secondo dopoguerra, lavorando duramente.

 

Raccontare: raccontare è una dichiarazione d’esistenza: Narro perché esisto, ma esisto perché narro.come dice un proverbio africano, raccontando si cresce ma non si invecchia. E poi, un uomo non muore finchè ha una storia da raccontare.

 

 

VICENDE DEL GIULLARE BERTOLDO

Monodramma sonoro di narrazione

 

Bertoldo è un giullare di corte, umile, schietto e concreto, che con le sue avventure, le sue battute e i suoi indovinelli esilaranti diverte, si diverte e beffa i prepotenti .

È portatore di valori semplici ed elementari e sa sdrammatizzare i grandi problemi, senza mai banalizzarli, anzi trovando risposte argute, e mettendo in guardia coloro i quali si credono i depositari del “sapere ufficiale”.

Il monodramma sonoro di narrazione, si presenta serrato e coinvolgente, ed è accompagnato da un contrappunto musicale e canoro che scandisce la trama e sottolinea i punti apicali della narrazione. 
Due sedie, poche luci, due voci e la musica, per ripercorrere insieme, spettatori e narratori, un viaggio nel sapere popolare comune a più tradizioni.

 

LA STORIA CHE A VOI GENTE ANDREMO A RACCONTARE….PARLA DI UN EROE DI NATURA POPOLARE, GIROVAGO. BEFFARDO E UN PO’ CONQUISTATORE, MA FURBO IRREQUIETO ED ABILE IMPOSTORE. E COME I GRANDI EROI LA GENTE POI LO HA PIANTO SU UNA TOMBA OSCURA MA CON ONORE E VANTO

 

Fra gli uomini Dio creò anche gli eroi. Figure fuori dalle righe e dagli schemi, capaci di ribaltare le sorti di situazioni avverse fino a renderle favorevoli.

Eroi che stanno dalla parte dei poveri e degli umili, che sbeffeggiano i ricchi  e i potenti che credono di potere tutto, ma non sanno che “quattrini e santità, la metà della metà”.

I potenti del resto hanno sempre avuto paura di questi personaggi, veri e propri dissacratori e rivoluzionari.

Ogni regione ha i suoi eroi: Lombardia, toscana, catalogna, bretagna, scandinavia, africa, cina, india è uguale dappertutto, oggi come ieri, ieri come oggi.

 

ancora oggi si racconta che se andate in un cimitero sperduto, fra le colline e le pianure, e vi fermate vicino al cipresso più alto, di fronte ad un sasso scalfito, e chiudete gli occhi, nelle sere d’inverno, quando il vento soffia, si sente una voce, suadente e sorridente, fonda e squillante allo stesso tempo che recita queste parole:

 

“In questa tomba tenebrosa e scura, giace un villano di sì difforme aspetto( Do/ RE/ LA)

Che più d’orso che d’uomo avea figura

 

( Sol….), ma di tanto nobile ed abile intelletto, che stupir fece il mondo e la natura. Mentre egli visse fu Bertoldo detto, fu grato al re, morì con aspri duoli per non poter mangiare le  rape ed i  fagioli”.



DIN DON DEL FERANDI' NI' A CA’ CHE L’E’ URA DE DURMI'”

MONODRAMMA DI NARRAZIONE


La sera diveniva nell’inverno contadino e di paese, occasione di ritrovo e di svago, di socialità e di apprendimento: era infatti utile servirsi in molti del calore gratuito della stalla.

Ecco che allora, le donne, i bambini, i ragazzi, gli uomini e gli altri anziani si sedevano insieme, vicini, in modo quasi rituale, e ascoltavano rapiti il narratore di storie – in bergamasco al pastucèr- raccontare fiabe, storie popolari, novellette comiche, intervallare a preziosi consigli di medicina popolare, canti e filastrocche…

Berto pastucèr è un custode del passato, è un visionario sospeso sulla soglia, sul confine fra due mondi, diventa testimone di ciò che era un tempo e che non sarà mai più; il suo narrare, che riporta nel presente un mondo scomparso, frammenti di vita quotidiana, memorie arcaiche, briciole di storia, è ormai da considerarsi “Epica”.

La luce fioca delle candele, una sedia, un fiasco di vino, dei fiammiferi…e Berto che alterna la lingua italiana al dialetto bergamasco, per divertire, intrattenere, stupire, trasmettere un sapere popolare, e ripercorrere insieme, pubblico e attore, un piacevole viaggio alla riscoperta delle antiche abitudini dell’uomo.